Il confine tra vita e morte, amore e scelta: riflessioni
Pubblicato nel 2009 e vincitore del Premio Campiello nel 2010, Accabadora è uno dei romanzi più intensi e significativi di Michela Murgia. Ambientato in una Sardegna arcaica e profondamente simbolica, il libro affronta temi complessi e universali come la maternità, la morte, la responsabilità morale e il conflitto tra tradizione e coscienza individuale. Con una scrittura essenziale ma carica di significato, l’autrice costruisce un romanzo che non offre risposte semplici, ma invita il lettore a confrontarsi con dilemmi etici profondi.
Una fill’e anima
La protagonista del romanzo è Maria
L’accabadora, angelo della morte ma in silenzio
Il titolo del romanzo rimanda a una figura della tradizione sarda: l’accabadora, una donna incaricata di porre fine alle sofferenze dei morenti quando la morte tarda ad arrivare. Bonaria Urrai svolge questo ruolo segreto e temuto, che la colloca tra sacro e profano, compassione e colpa. L’autrice affronta il tema della morte assistita con grande delicatezza, evitando ogni esagerazione. La morte non viene mai descritta come un atto violento, ma come un passaggio doloroso, carico di pietà e solitudine. L’accabadora non è un’assassina, ma una figura tragica, chiamata a portare un peso che la comunità non vuole vedere, ma di cui ha bisogno.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è il modo in cui la dimensione collettiva del paese si intreccia con la vicenda individuale. Soreni è un microcosmo governato da regole non scritte, da tradizioni che tutti conoscono ma che nessuno nomina apertamente. Il silenzio ha un ruolo fondamentale: è uno strumento di protezione, ma anche di rimozione. Bonaria è rispettata proprio perché nessuno osa dire apertamente ciò che lei fa.
La verità ci obbliga a crescere
Quando Maria scopre la verità sul ruolo della sua madre adottiva si crea una frattura profonda nel rapporto tra le due protagoniste. Maria si sente tradita, non tanto per l’atto in sé, quanto per il fatto di essere stata tenuta all’oscuro. Qui il romanzo pone una domanda centrale: fino a che punto l’amore giustifica il silenzio? Bonaria ha protetto Maria o le ha negato il diritto di scegliere? La fuga di Maria rappresenta il tentativo di sottrarsi a un’eredità morale troppo pesante, ma anche il bisogno di costruire una propria identità, separata da quella materna.
Il percorso di Maria è un percorso di crescita e di confronto con la complessità del reale. Tornata a Soreni dopo anni, la donna è costretta a rivedere le proprie certezze e a interrogarsi sul senso delle scelte di Bonaria. L’autrice non offre una riconciliazione facile: il rapporto tra madre e figlia resta segnato da una distanza irreversibile, ma proprio in questa distanza emerge una forma più matura di comprensione. Accettare non significa giustificare, ma riconoscere il peso delle decisioni altrui.
Le origini sarde nello stile
Dal punto di vista stilistico, Accabadora si distingue per una prosa sobria, misurata, quasi asciutta, che rispecchia il carattere dei personaggi e l’ambiente in cui vivono. La lingua italiana è attraversata da termini e strutture del sardo, che non appesantiscono il testo ma ne arricchiscono il valore culturale e identitario. La Sardegna non è un semplice sfondo, ma una presenza viva, con le sue leggi non scritte, il suo rapporto intimo con la morte e il sacro.
Leggerlo perché..
In conclusione, Accabadora è un romanzo che invita a riflettere sul significato della responsabilità morale e sull’ambiguità delle scelte umane. Michela Murgia affronta il tema della fine della vita senza ideologia, mettendo al centro le relazioni, il dolore e l’amore. È un libro che inquieta, commuove e costringe il lettore a interrogarsi su ciò che è giusto e ciò che è necessario. Proprio per questo, Accabadora rimane una delle opere più profonde e durature della narrativa italiana contemporanea.

