L’Arcivescovo saggio
L’arcivescovo di una dì Diocesi molto organizzata raccontò lo sfogo di un suo collaboratore, parroco, che andando da lui in Curia, dopo qualche tempo che era stato trasferito in una parrocchia un po’ singolare, gli disse: «Io non so proprio che cosa fare. Non so che torti io abbia, a parte quella di essere il successore di don Arturo. Non mi sembra né di dire eresie, né di avere un carattere difficile. Ma la Teresa è sempre arrabbiata!
Pregiudizi
Se parlo è perché parlo, se taccio è perché taccio. Predico con esempi? Critica: “Banalità! La predica dovrebbe dare speranza e prospettive!”. Se propongo spunti di meditazione? Critica dicendo: “La gente; chiede indicazioni sulle scelte della vita, non divagazioni poetiche!”. Richiamo i genitori? Brontola dicendomi: “Anche lei a dare addosso ai genitori? È sempre colpa loro!”. Se parlo della responsabilità di ciascuno, contesta: “Che ingenuità! Il problema non sono i giovani. È la famiglia! È la scuola! È la società!”. Se convoco il consiglio pastorale, ripete luoghi comuni: “Crede che la Chiesa stia in piedi a sedute?”. Se non convoca il consiglio, diventa pungente: “Ma quando la capirete, voi preti, che senza i laici non si va da nessuna parte?”. Che cosa devo fare?».
La saggezza
«Caro don Giuseppe, considera che la puntura delle vespe non dipende da un torto subìto, ma dal veleno che hanno dentro», rispose l’arcivescovo.
