Una storia ricca di amore e di cura
Questo itinerario racconta non solo un patrimonio botanico straordinario, ma anche una storia di cura, passione e memoria collettiva che continua a vivere tra i viali e le piante di Villa Litta.
Nel cuore di Lainate, la storia di Villa Visconti Borromeo Litta si intreccia con quella del giardino europeo, restituendo un racconto fatto di arte, botanica e visioni culturali che attraversano i secoli.
Fin dalla sua origine, voluta nel tardo Cinquecento da Pirro I Visconti Borromeo, la villa e il suo parco si configurano come un laboratorio di idee, in continuo mutamento, capace
di accogliere influenze diverse e reinterpretarle.Tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo, il giardino di Lainate evolve da una concezione formale, tipica del Rinascimento italiano, verso suggestioni più libere e paesaggistiche, avvicinandosi al modello inglese. Questo processo non è lineare ma stratificato: viali geometrici convivono con boschetti più spontanei, statue mitologiche dialogano con giochi d’acqua e architetture scenografiche. Le celebri fontane di Galatea e Nettuno, le grotte artificiali e le serre testimoniano la volontà delle famiglie proprietarie di trasformare il giardino in un luogo di meraviglia e rappresentazione.
Nel corso dei secoli, illustri visitatori contribuiscono a costruire il mito della villa.
Tra questi, l’architetto Vincenzo Scamozzi, il pittore Simon Vouet, lo storico Carlo Torre e lo scrittore Stendhal.
Le loro testimonianze restituiscono l’immagine di un luogo straordinario, capace di stupire per la ricchezza botanica e l’armonia compositiva.
Il giardino di Villa Litta si inserisce in una più ampia evoluzione storica del concetto stesso di giardino.
Dalle geometrie simboliche dei giardini islamici, dove l’acqua rappresenta il principio vitale, fino agli horti romani, luoghi di otium e riflessione, ogni epoca ha attribuito al verde un significato diverso. Nel Medioevo, il giardino diventa spazio chiuso e spirituale, spesso custodito nei monasteri; nel Rinascimento, invece, si apre alla bellezza e al piacere, come teorizzato da Leon Battista Alberti, che lo concepisce come estensione armonica dell’architettura.

