Primo Maggio, oltre i comizi

Sono anni che penso di scrivere qualcosa sul 1° maggio e ogni anno, inevitabilmente, arriva la data fatidica, la Festa dei lavoratori e ciò mi trova inopinatamente impreparato. Quest’ anno, no. Non voglio più commettere lo stesso errore, che forse ha natura psicologica, di rimozione. Non voglio più sfuggire alla…

Sono anni che penso di scrivere qualcosa sul 1° maggio e ogni anno, inevitabilmente, arriva la data fatidica, la Festa dei lavoratori e ciò mi trova inopinatamente impreparato.

Quest’ anno, no. Non voglio più commettere lo stesso errore, che forse ha natura psicologica, di rimozione. Non voglio più sfuggire alla promessa con me stesso. Ho inserito impegno in calendario Outlook e oggi è pure suonata una sveglia impostata nello smartphone. Che finalmente ha fatto lo smart.

Da ex lavoratore dipendente, ora pensionato e partita IVA, sono sempre stato convinto di una cosa. La seguente…

La Festa del Lavoro è da restituire a chi

lavora davvero

Ogni anno il Primo Maggio interpreta lo stesso copione, una pessima rappresentazione di sé stesso. Palchi, slogan, dichiarazioni rituali, in ultimo concerti, leader politici che parlano di lavoro spesso senza aver mai incrociato davvero la fatica quotidiana di chi si alza presto, timbra un cartellino, apre una serranda, guida un furgone, entra in reparto, affronta un ufficio, una scuola, un cantiere o un ospedale. A partire da molti leader sindacali, vissuti nel mondo del lavoro a colpi di permessi sindacali, cedole e distacchi pieni o parziali dalla attività lavorativa.

Eppure sono convinto che il Primo Maggio nasca da una storia molto più profonda e molto più seria. Non merita di essere la festa di un partito, né il monopolio di una sigla sindacale, né un palco annuale da occupare mediaticamente nella speranza di conquistare un seggio in Parlamento.

È, dovrebbe essere prima di tutto, il giorno dedicato alla dignità del lavoro umano.

Le origini vere

La ricorrenza affonda le sue radici nelle battaglie di fine Ottocento per condizioni di lavoro più giuste, per la riduzione dell’orario, per il riconoscimento della persona dietro la forza produttiva. La memoria corre alle lotte per la giornata di otto ore e agli eventi di Chicago del 1886, che divennero simbolo internazionale delle rivendicazioni operaie.

Da allora il Primo Maggio ha attraversato monarchie, repubbliche, guerre mondiali, ideologie contrapposte, rivoluzioni industriali e trasformazioni tecnologiche. Ha vissuto addirittura il paradosso di essere festeggiato in un regime comunista dove non si poteva più scioperare. Ha cambiato linguaggi, ma non il proprio nucleo essenziale. Ricordare che l’economia deve servire l’uomo e non il contrario.

Il lavoro non è solo salario

Un’altra convinzione personale. Ridurre il lavoro allo stipendio è un errore moderno. Il salario conta, lo sappiamo tutti, eccome. Ma il lavoro è anche identità, utilità sociale, costruzione di sé, autonomia personale, responsabilità, contributo alla comunità. E orgoglio del proprio impegno, dei propri risultati.

Un artigiano che costruisce, un infermiere che assiste, un insegnante che forma, un imprenditore che rischia capitale e crea occupazione, un operaio specializzato che manda avanti una filiera, una madre che concilia impiego e famiglia, un giovane che cerca il primo contratto serio. Tutti loro partecipano allo stesso tessuto civile, spesso inconsapevolmente.

Quando il lavoro manca, non manca solo reddito. Manca spesso una parte di senso della vita, viene meno il valore sociale, l’orgoglio personale (per chi lo possiede).

Restituire il Primo Maggio a chi produce valore

Negli anni la Festa del Lavoro è stata spesso strumentalizzata a uso politico. Chi governa la usa per promettere; chi è all’opposizione per accusare. I sindacati per misurare il loro peso. Ma il lavoro reale è altrove.

È nelle piccole imprese che resistono ai costi crescenti, nei professionisti autonomi senza tutele e nei giovani tra stage eterni e contratti fragili. Con i lavoratori maturi espulsi troppo presto con le false promesse di sostituirli con nuovi assunti È nelle donne che affrontano ancora ostacoli di carriera e carichi familiari squilibrati. È nei settori dove mancano sicurezza, formazione e prospettive.

Il Primo Maggio dovrebbe parlare meno ai microfoni e dai palchi e di più a loro.

L’Italia fondata sul lavoro?

La Costituzione italiana, bellissima per alcuni quando conviene, si apre con parole ormai celebri: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”

Non è una decorazione retorica. È stata una scelta di civiltà. Significa che il lavoro non è un dettaglio economico, ma uno dei pilastri della legittimazione democratica e della coesione nazionale.

Se però il lavoro diventa precario senza prospettiva, sottopagato, insicuro o umiliato burocraticamente, quella formula improvvisamente si svuota e diventa quasi un’invettiva.

Il nuovo lavoro nell’epoca dell’intelligenza artificiale

Oggi la Festa del Lavoro incontra una nuova frontiera, un’altra sfida. Forse la più difficile da quando è nata. L’automazione, algoritmi, piattaforme digitali, intelligenza artificiale. Non basta difendere i modelli del passato per salvare soprattutto i propri ruoli. Serve preparare il futuro, senza slogan, senza affermazioni che lacerano il Paese, senza inviti alla rivolta sociale.

Serve lavorare sulla formazione continua, sulla riqualificazione professionale, sul merito, sulla mobilità sociale, sulla valorizzazione del talento vero. È necessario dare protezione ai più fragili senza bloccare chi vuole crescere, chi merita riconoscimenti economici e di ruolo.

Il lavoro cambia, velocemente. La dignità no.

La dignità però non si conquista con assegni assistenziali, questi servono al consenso politico, ma con opportunità lavorative. Bisogna scardinare copioni già scritti, posizioni di rendita, diritti ridondanti dove non servono e per proteggere sempre i soliti.

Un Primo Maggio sobrio e vero

Sono convinto che il modo migliore di celebrare questa giornata sia semplice ma inusuale in Italia. Ascoltare chi lavora davvero. Senza bandiere imposte, senza piazze sempre uguali a sé stesse, senza appropriazioni ideologiche, senza professionisti della dichiarazione annuale. Non fiscale…

Il Primo Maggio è di chi costruisce, cura, insegna, trasporta, rischia, produce, serve, inventa, ripara, studia per migliorarsi e tiene in piedi il Paese anche quando nessuno lo applaude.

Sono loro i protagonisti dimenticati di questa festa.

Personalmente ho sempre guardato al mondo del lavoro senza sudditanze culturali e ideologiche. Né romanticismo sterile né cinismo tecnocratico. Il lavoro resta uno strumento di libertà personale, ordine sociale e progresso nazionale.

Per questo il Primo Maggio merita rispetto. Ma soprattutto merita verità.

Giulio Valerio Santini

https://it.wikipedia.org/wiki/Festa_dei_lavoratori

 

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