Una lettera
Sul tavolino da notte di una vecchia signora ricoverata in un ospizio per anziani (una RSA), il giorno dopo la sua morte, fu ritrovata “una lettera”. indirizzata alla giovane infermiera del reparto. «Cosa vedi, tu che mi curi? Chi vedi, quando mi guardi? Cosa pensi, quando mi lasci? E cosa dici quando parli di me? Il più delle volte vedi una vecchia scorbutica, un po’ pazza, lo sguardo smarrito, che non è più completamente lucida; ma non sono io, ti dirò chi sono!»
La verità
«Sono l’ultima di dieci figli… una giovane di sedici anni, con le ali ai piedi, sognando che presto avrebbe incontrato un fidanzato; sposata, poi, già a vent’anni (il mio cuore saltava di gioia al ricordo dei propositi fatti in quel giorno). Ho venticinque anni ora. Ho un figlio mio, il tempo passa velocemente, e questa creatura, presto se ne andrà! Ma i1 mio uomo veglia al mio fianco. A cinquant’anni, intorno a me giocano daccapo dei bimbi. Rieccomi con dei bambini, io e il mio diletto. Poi ecco i giorni bui, mio marito muore. Guardo al futuro fremendo di paura, giacché i miei figli sono completamente occupati ad allevare i loro. E penso agli anni e all’amore che ho conosciuto. Ora sono vecchia. La natura è crudele, si diverte a far passare la vecchiaia per pazzia. Il mio corpo mi lascia, il fascino e la forza mi abbandonano. E con l’età avanzata laddove un tempo ebbi un cuore vi è ora una pietra».
Il tempo
«Ma in questa vecchia carcassa rimane la ragazza il cui vecchio cuore si gonfia senza posa. Mi ricordo le gioie, mi ricordo i dolori, e sento daccapo la mia vita e amo ripensando agli anni troppo brevi e troppo presto passati. E accetto l’implacabile realtà -che niente può durare-. E allora apri gli occhi, tu che mi curi, e guarda non la vecchia scorbutica… Guarda meglio e mi vedrai!».
Quanti volti. quanti occhi, quante mani incrociamo, ogni giorno! Le rughe, le ostilità, i dubbi, le durezze… se imparassimo invece a guardare i sogni, i palpiti, gli amori (spesso così accuratamente nascosti)? Che cosa guardiamo?

